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E' utile creare un Consiglio Europeo delle Ricerche? |
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L’idea di creare un Consiglio Europeo delle Ricerche, sul modello dei diversi Consigli Nazionali già esistenti e, soprattutto, della National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti, è lungi dal rappresentare una novità in Europa. Una trentina di anni fa fu la Francia a proporre, appunto, la creazione di una vera e propria "European Science Foundation" (ESF), collegata alla Commissione ma autonoma sul piano scientifico e gestionale, chiaramente distinta e indipendente dai Programmi di ricerca comunitari e tale da offrire una vera e propria NSF all’Europa. L’ESF avrebbe infatti dovuto finanziare, su basi unicamente di qualità scientifica, la ricerca fondamentale, anche svolta da un unico laboratorio, su qualunque argomento dello scibile, senza preoccupazioni di "giusti ritorni". La proposta piacque a molti governi, che vedevano in essa anche un modo di superare le limitazioni e meschinerie dei processi di finanziamento della ricerca di base a livello delle singole nazioni, ma fu affossata dal Regno Unito, che era già molto (e giustificatamene) soddisfatto dei suoi meccanismi di sostegno alla ricerca di base (attraverso, appunto, i suoi diversi "Research Councils") e temeva che questa proposta finisse per drenare una parte dei fondi nazionali dedicati alla scienza fondamentale. Così la proposta venne ridotta alla creazione di un "Forum" di alto livello per la discussione di argomenti di ricerca e di politica scientifica, funzione che la così creata ESF ha svolto e svolge egregiamente, ma che certo non risponde alle esigenze che avevano portato alla proposta originale. Nei decenni trascorsi, queste esigenze si sono fortemente acuite e l’insoddisfazione della grande maggioranza dei ricercatori europei coinvolti nella ricerca fondamentale (con la possibile eccezione dei fisici delle particelle e degli astrofisici), nei riguardi dei successivi Programmi Quadro, si è andata accentuando per le considerazioni che si possono così riassumere: 1) i programmi di ricerca comunitari, fin dal loro inizio, sono sempre stati considerati come sottoprodotti della politica comunitaria quindi, ad esempio, inizialmente rivolti solo alla ricerca nucleare e agricola, ma anche successivamente mantenendo sempre, anche in altri settori, un carattere spiccatamente applicativo; 2) la preoccupazione dei governi nazionali di non avere sovrapposizioni coi loro programmi da parte di quelli europei (il mai abbastanza deprecato principio di sussidiarietà) ha portato a limitare ulteriormente i fini, le ambizioni e i campi d’azione dei Programmi Quadro; 3) la burocrazia di Bruxelles, insieme ai funzionari che rappresentano i governi nella Commissione, nell’elaborare i "workplan" specifici, invece di interpretare le indicazioni politiche generali con apertura culturale e lungimiranza (come si sarebbe agevolmente potuto fare, ad esempio, per i programmi di biotecnologia o medicina) ne ha ulteriormente accentuato l’aspetto applicativo e settoriale, con indicazioni fortemente limitative e mirate al breve termine; 4) le esigenze estrinseche alla ricerca (quali la necessità di coinvolgere un certo numero di paesi, un certo numero di laboratori, etc) rendono ancora più disagevole l’elaborazione da parte di singoli gruppi di ricerca di un programma scientifico serio e ben concentrato su un argomento; 5) le esigenze dei giusti ritorni, associate alle pratiche nazionalistiche dei delegati dei governi ed ad un’insoddisfacente trasparenza delle procedure per la selezione, portano a decisioni sui finanziamenti spesso sentite come distorte da fattori estrinseci al valore scientifico; 6) negli ultimi anni, l’importanza assegnata nella valutazione ai cosiddetti "fattori socio-economici", quali le previsioni di posti di lavoro derivanti dal progetto, o la presenza in esso di piccole o medie imprese, hanno ulteriormente aggravato il peso dei fattori estrinseci alla scienza e ulteriormente disorientato e distratto i ricercatori dallo sforzo di concentrazione sulle problematiche scientifiche; 7) ultimo, ma non minore elemento di insoddisfazione, la macchinosità della gestione burocratica, a partire dalla modulistica fino alla complessità delle rendicontazioni. Con questo panorama, ed in un momento in cui l’Europa è posta di fronte alla necessità impellente di creare nuova conoscenza da cui discenda (come già ampiamente dimostrato dall’esperienza precedente, anche europea, ma negli ultimi decenni soprattutto americana) l’innovazione produttiva e la creazione di benessere e ricchezza collettiva, l’inadeguatezza dei Programmi Quadro appare in tutta la sua gravità. La creazione di un "European Research Council" (ERC), che sia composto unicamente da scienziati scelti sulla base del loro valore e delle loro competenze, che valuti proposte di progetti di ricerca provenienti anche da singoli ricercatori (ma certo senza scoraggiare collaborazioni se utili a un dato progetto), in qualunque campo dello scibile umano (compreso quello umanistico) e le selezioni basandosi esclusivamente su criteri di qualità scientifica, appare estremamente consigliabile, per non dire essenziale, oltre che urgente. L’ERC dovrebbe solo finanziare singoli progetti di ricerca e non gestire laboratori o programmi. In un tale ERC i ricercatori che fanno parte del corpo decisionale devono essere presenti unicamente nella loro veste individuale, e non come inviati dei loro paesi di provenienza, e dovranno rispondere all’autorità politica dell’Unione solo per quanto riguarda la qualità della ricerca che incoraggiano e finanziano, e non per la destinazione nazionale dei fondi. Al fine di diluire ulteriormente e neutralizzare i riflessi nazionalistici nei processi di valutazione, l’uso di consulenti e referee non europei può essere di estremo vantaggio ed offrire ulteriore garanzia di imparzialità e qualità. E’ certo indispensabile che il potere politico indichi, su scala molto ampia, i campi che intende privilegiare attraverso l’ERC per certi periodi, ma questi campi non dovrebbero essere più di cinque o sei, comprendenti comunque tutti i settori dello scibile umano e secondo i migliori esempi già esistenti; da questo ente il potere politico potrebbe ottenere anche un’alta e qualificata consulenza sulle rilevanze etiche, sociali e produttive delle scoperte scientifiche. Un’iniziativa del genere, potrebbe galvanizzare la comunità scientifica europea, che mantiene un livello di altissima qualità ma diffusamente frustrato da inadeguate politiche nazionali e comunitarie, e riportarla alla testa di quella mondiale, come era fino a pochi decenni fa, mentre ora ha ceduto il passo a quella degli Stati Uniti e si appresta a cederlo anche a quella della regione che va da Shanghai a New Delhi. Ciò, naturalmente, a patto che gli investimenti siano aggiuntivi a quelli del Programma Quadro, e non una frazione di esso. Per avere un’idea del livello di investimenti necessario, si pensi che solo per i National Institutes of Health (quindi per un solo settore, anche se sempre più importante, dello scibile umano) gli Stati Uniti spenderanno nel 2005 ben 27 miliardi di dollari. Siamo ben lontani dai 4 miliardi di euro annuali del Programma quadro. Per un ERC realistico, che finanzi la migliore ricerca di base nell’UE, in tutti (o quasi, considerando a parte la fisica delle particelle e l’astrofisica) i campi scientifici, un bilancio annuale dell’ordine dei 30 miliardi di euro sarebbe auspicabile. Questo appare molto elevato a prima vista, ma non se si considera che l’UE si è impegnata ad accrescere la sua spesa nella ricerca, dall’1,9% del PIL del 2002 al 3% nel 2010. L’Italia deve incoraggiare questo progetto. I ricercatori italiani, partendo da livelli per lo più infimi nel secondo dopoguerra, hanno saputo raggiungere le vette della ricerca mondiale in tutti i settori e mantengono ancora il contatto con quelle, nonostante un disinteresse continuo e "bipartisan", se non vogliamo parlare di abbandono, da parte dei governi (con pochissime e brevissime eccezioni). I dati statistici dimostrano che il rendimento dei ricercatori italiani, come può essere valutato su parametri internazionalmente accettati, è pari o superiore a quello dei ricercatori dei migliori sistemi scientifici del mondo, se riferito non ai parametri del PIL o del bilancio nazionale complessivo, ma all’effettivo investimento del paese nella ricerca. Questa è una realtà sacrosanta, nonostante le periodiche campagne di denigrazione dei ricercatori pubblici italiani praticate dalla stampa e da molti politici. Essendo l’Italia, con lo 0,67 del prodotto interno lordo (PIL) investito nella ricerca pubblica, il paese che investe meno (almeno tra i G7, ma la Corea investe già il 4%), ed essendo invece ricca di buoni e aggiornati ricercatori, da una competizione basata sulla qualità può ragionevolmente sperare di ottenere una frazione di finanziamenti dell’ERC superiore alla frazione del suo investimento pubblico in ricerca riferito al complesso dei finanziamenti di tutti i i singoli paesi. Se così sarà, come sono convinto, forse allora anche la nostra classe politica si accorgerà di avere trascurato colpevolmente, se non maltrattato, i suoi ricercatori e cercherà di metterli in condizione di essere ancora di più all’altezza delle punte della scienza mondiale, con le prevedibili ricadute positive sul mondo produttivo. Questo è, per l’Italia, un possibile (e io credo, realistico) effetto dell’eventuale creazione dell’ERC. In ogni caso, non possiamo e non dobbiamo sfuggire a questo confronto. Se questa mia previsione non si avverasse, e l’Italia (avendo accertato la correttezza delle procedure di valutazione) risultasse in difetto, ciò dovrebbe allora fornire un ulteriore stimolo a rivedere drasticamente la politica di trascuratezza di cui la ricerca pubblica è vittima da decenni da parte della classe dirigente politica e imprenditoriale per permetterle di esprimere al meglio le sue potenzialità per il bene del paese e per il prestigio della sua cultura. 16 dicembre 2004 Prof. Arturo Falaschi Distinguished Scientist Group Leader, Molecular Biology Group ICGEB Padriciano, 99 34012 Trieste |
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