Invecchiamento: tra saggezza e resilienza del sistema immunitario

  • 21 Oct 2020

Per gentile concessione dell’autore: Di Antonio Musarò.

La vecchiaia rende saggi, ma anche fragili!

Scriveva Oscar Wilde: “Il male non è che fuori si invecchia, è che molti non rimangono giovani dentro”. Ovviamente, questa oltre ad essere un’interessante speculazione filosofica, si presta molto bene alla genetica dell’invecchiamento. E diversamente dal buon vino, il corpo umano non migliora certo con l’età, anche se l’aspettativa di vita, grazie ai progressi della medicina e al miglioramento delle condizioni di vita, è aumentata di molto negli ultimi 50 anni (79,5 anni per gli uomini, 85,6 anni per le donne).

Tuttavia, quantità e qualità della vita non vanno sempre di pari passo e con l’avanzare dell’età si assiste anche ad una progressiva perdita delle capacità funzionali e ad una crescente comorbidità (coesistenza di più patologie diverse), che minano il mantenimento del benessere psicofisico e relazionale della persona anziana. Sta di fatto, come scriveva Cicerone, e come purtroppo accade anche nelle società più evolute, che la vecchiaia, insieme alla povertà, è reputata uno dei pesi più gravosi.

Capire dunque perché invecchiamo e soprattutto capire come invecchiare in salute, liberi da disabilità, rappresenta una delle sfide più importanti non solo a livello scientifico, ma anche sociale, sanitario e politico.

La pandemia da coronovirus SARS-Cov-2, che genera la condizione patologica conosciuta come Covid-19, ha fatto emergere in maniera significativa come la presenza di comorbidità nell’anziano sia una delle condizioni critiche che compromettono la vita stessa del paziente infettato dal nuovo virus.

Quali sono dunque i meccanismi di questa incapacità di fronteggiare in maniera efficace l’infezione da coronavirus, o anche di altri patogeni, e quali strategie preventive e terapeutiche adottare per evitare di soccombere?

Una risposta, sulla base di evidenze sperimentali sempre più convincenti, la possiamo trovare studiando quello che accade, nel corso degli anni, al nostro sistema di difesa: ilsistema immunitario.

È stato dimostrato che, al pari di altri organi, tessuti ed apparati, anche il sistema immunitario perde con gli anni un po’ del suo vigore. Questo fenomeno, noto come immunosenescenza, potrebbe spiegare perché le persone più anziane, rispetto ad altre popolazioni più giovani, vengono duramente colpite dalla malattia Covid-19. Inoltre, le persone anziane tendono a soffrire di malattie caratterizzate dall’attivazione di una cronica risposta infiammatoria, uno stato patologico che porta a quello che viene definito “inflamaging” (invecchiamento causato da infiammazione cronica). Sappiamo che l’infiammazione è un evento fisiologico ed è una parte fondamentale di una sana risposta immunitaria, ma la risposta infiammatoria fisiologica deve poi essere risolta ed in qualche modo spegnersi.

Per contro, una costante, anche se di bassa frequenza, risposta infiammatoria rende il sistema immunitario meno reattivo agli insulti esterni e potrebbe essere tra le cause dell’attivazione di quella che viene chiamata “tempesta citochinica” (produzione elevata ed esagerata di specifiche molecole chiamate citochine) nei pazienti Covid-19, i quali muoiono proprio perché traditi dal loro stesso sistema immunitario.

Non solo!

L’invecchiamento del sistema immunitario potrebbe anche rappresentare un fattore limitante all’efficacia di un vaccino di combattere gli invasori. Un paradosso, questo, considerando che la strategia migliore per combattere e contrastare la pandemia da coronavirus, cioè la vaccinazione contro il SARS-Cov-2, potrebbe risultare limitante proprio nel gruppo di persone che ne avrebbe più bisogno. In pratica, l’invecchiamento del sistema immunitario può da una parte rendere l’organismo più incline alle infezioni e dall’altra indebolire la risposta ai vaccini.

Queste considerazioni sono state messe in evidenza in un recente articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “Nature”.

Al momento, sono 50 i candidati vaccini in fase di sperimentazione sull’uomo contro il SARS-Cov-2, ma, come sostengono i ricercatori coinvolti nella sperimentazione, non è ancora chiaro come questi vaccini agiranno sulla popolazione più anziana. Alcuni risultati sono incoraggianti, altri richiamano a maggiore cautela. Il vaccino, per esempio, che sta sviluppando la multinazionale Moderna di Cambridge, Stati Uniti, (mRNA-1273) ha suscitato l’attivazione di livelli simili di anticorpi sia nel gruppo di volontari giovani, che di quelli più anziani.

Analogamente, la biotech Sinovac cinese, che ha sperimentato il suo Candidato CoronaVac in uno studio di fase I/II su 421 soggetti di età compresa tra i 60 e gli 89 anni di età, ha annunciato che il vaccino sembra funzionare in modo analogo sia nella gruppo di volontari giovani che in quello più anziano.

Tuttavia, uno studio di fase I dell’azienda farmacologica Pfizer e BioNTech in Germania ha mostrato che il loro vaccino BNT162b2 provoca una risposta immunitaria molto meno forte (di circa la metà) nei volontari più anziani rispetto al gruppo dei volontari giovani.

Se i vaccini contro il Covid-19, quindi, dovessero funzionare con meno efficacia negli anziani, i ricercatori dovrebbero trovare delle strategie per potenziare la risposta immunitaria.

Come? Si prospettano diverse strategie; 1) aggiungere “ingredienti” che potenziano il sistema immunitario “anziano” oppure utilizzare dosi più elevate dell’antigene virale che scatena la produzione di anticorpi; 2) usare una strategia alternativa: ringiovanire il sistema immunitario.

C’è da dire che molti ricercatori sono a loro volta invecchiati nella spasmodica ricerca di individuare la via e le molecole per invertire il processo di invecchiamento. La ricerca di base, grazie all’uso di modelli animali (fondamentali per arrivare ad una cura efficace e sicura), ha trovato dei potenziali meccanismi molecolari, come l’inibizione della proteina mTOR, su cui agire per revertire il processo di invecchiamento. È stato dimostrato che inibendo mTOR si allunga la durata della vita negli animali, dai moscerini della frutta ai topi. In uno studio preclinico pubblicato nel 2018, realizzato dalla Novartis Research Institut di Boston, si legge che le persone anziane, trattate con un farmaco che inibisce l’attività di mTOR avevano meno infezioni, ad un anno dal trattamento, ed una migliore risposta al vaccino antinfluenzale.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Sarebbe troppo limitante se tutta la funzione e attività dei vari organi e sistemi dipendesse da una sola molecola o da un solo meccanismo di azione. Siamo un sistema complesso, fatto di delicati equilibri dinamici. Lo sviluppo di un essere umano è, di per sé, il risultato di una serie di straordinari processi che promuovono interazioni cellulari sempre più specializzate per formare i vari organi, tessuti e apparati. Nessuna cellula, nessun tessuto o apparato è un’isola; siamo fatti da miliardi di cellule che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto si parlano, interagiscono e si moltiplicano secondo equilibri rigorosi e stabiliti. E quando qualcosa in questo fantastico equilibrio fallisce, è l’intero organismo che può soccombere.

Bisogna quindi trovare le strategie più ottimali per bersagliare in modo efficace i meccanismi che causano l’invecchiamento dei nostri tessuti e/o che causano le diverse condizioni patologiche.

È comunque intrigante l’idea che lo sviluppo di farmaci volti a mantenere giovane il nostro sistema immunitario, e conseguentemente migliorarne la sua funzione, sembra essere la strategia più promettente e intelligente, rispetto alla creazione di vaccini specifici per gli anziani.

Capire come ringiovanire o mantenere giovane il sistema immunitario sarà utile non solo per la ricerca contro il Covid-19, ma per combattere tante altre patologie; avere a disposizione soldati giovani e vigorosi (le cellule del sistema immunitario) potrebbe garantire una migliore prognosi ed una migliore efficacia terapeutica.

Diceva Copernico, “la saggezza della natura è tale che ella non produce niente di superfluo o inutile”, il compito della scienza e degli uomini è imparare ad usare un po’ di quella saggezza prima che quella saggezza, come asseriva Gabriel García Márquez, ci arrivi quando non ci serve più.

Articolo pubblicato sul sito Odysseo.it