Bandi PRIN

  • 20 Apr 2018

L'Italia è un Paese strano, ricco di contraddizioni, soprattutto quando si parla di ricerca scientifica: merito e raccomandazioni, efficienza e familismo fanno ormai parte di un sistema che però sembra non dover decollare mai.
Come avviene negli sport più competitivi, come il calcio, la ricerca richiede ottimi giocatori inseriti in una squadra affiatata e competitiva. Ma ha bisogno anche di risorse finanziarie, sedi e strutture che consentano a quei giocatori di esprimere le proprie potenzialità e di portare avanti una ricerca capace di produrre e validare idee che rendano l'Italia competitiva.

Non solo la ricerca indirizzata verso specifici obiettivi definiti da schemi imposti dall'alto (top-down) ma anche, e soprattutto, quella libera o cosiddetta di base. Quella ricerca, per rimanere nell'ambito agro-bio-medico di competenza della nostra Federazione, premiata negli ultimi10 anni con vari Nobel. Non a caso negli USA, il National Institute of Health (NIH) investe circa la metà del suo enorme budget in ricerca di base, finanziando progetti che sono valutati semplicemente per la loro qualità, originalità e fattibilità.
In Italia i finanziamenti pubblici per la ricerca di base arrivano attraverso i bandi per Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) destinati a favorire il rafforzamento delle basi scientifiche nazionali di tutte le discipline comprese nei tre settori: "scienze della vita", "fisica, chimica, ingegneria" e "scienze umane".

Peccato che il problema nasca proprio da come sono stati gestiti e strutturati tali bandi.
Nati con l'intento di garantire un finanziamento annuale alla ricerca di base, i PRIN non sono stati banditi nel 2011, 2013, 2014 e 2016 e le regole di partecipazione al bando sono cambiate di continuo. Nel tempo, poi, i finanziamenti stanziati sono diminuiti, passando dagli oltre 170 milioni di euro del 2010 ai circa 92 milioni del PRIN 2015 e ciò ha determinato una difficoltà oggettiva a finanziare una buona percentuale di domande di partecipazione: nel caso dell'ultimo bando, risalente ormai al 2015, a fronte di oltre 4000 domande presentate, solo 300 (poco più del 7%) furono finanziate.
Finalmente, al termine del 2017, vediamo pubblicato un bando PRIN che, coerentemente con quanto dichiarato qualche mese fa al Forum Ambrosetti di Cernobbio dalla ministra Fedeli (400 milioni di euro - di cui 250 attinti dalle disponibilità liquide dell'Istituto italiano di Tecnologia di Genova – saranno dedicati al finanziamento dei PRIN) ripropone, dopo tanto tempo, uno stanziamento significativo per la ricerca di base italiana. E che si caratterizza per alcune interessanti novità, come la presenza di 25 Comitati di Selezione, composti da esperti nelle 25 aree disciplinari definite dall'European Research Council e incaricati di una preselezione dei progetti, la possibilità di partecipare al bando come coordinatori anche per i ricercatori degli enti di ricerca vigilati dal MIUR ed una quota riservata al finanziamento di progetti presentati da "under 40".

Bene, anzi benissimo. A patto però che questo rappresenti l'inizio di un percorso virtuoso che, a differenza di quanto accaduto negli ultimi otto anni, garantisca una volta per tutte un sistema di finanziamento con cadenze certe e annuali, consenta a un numero significativo di ricercatori di essere sostenuti nei loro progetti a medio-lungo termine e metta in atto meccanismi di valutazione al di sopra di ogni sospetto.

In questo senso la FISV auspica che:
- l'assegnazione di circa 400 milioni di euro sia garantita anche in futuro con bandi annuali e date e regole certe definite almeno 12 mesi prima.
- le quote destinate ai tre macrosettori finanziati dai PRIN vengano riviste sulla base di una realistica valutazione dei differenti costi necessari per la ricerca in ambito umanistico e scientifico.
- la composizione dei Comitati di Selezione sia vagliata attentamente, con 'asticelle alte', e verificata sia ex ante che ex post.

La ricerca italiana non ha bisogno di interventi una tantum ma di concrete e serie misure strutturali che le consentano non solo di sopravvivere, ma di svilupparsi al pari di quella degli altri paesi civili.