Covid-19. Il fattore di consapevolezza del rischio (Rc)

Non c’è dubbio che il periodo che stiamo vivendo è qualcosa di unico e l’attesa di una nuova fase di rinascita e di ripartenza è palpabile e allo stesso tempo preoccupante.

Di Antonio Musarò

In questa nuova fase serve sondare quanto il “sistema paese” può reggere e lo può fare solo se ha sviluppato una “sociale memoria adattativa”.

Fino a ieri, il tempo sembrava sospeso in una dimensione quasi irreale se non fosse per quelle drammatiche immagini di ospedali intasati, di corpi senza vita, di bare trasportate in lunghi cortei di camion militari e di ferite fisiche e psicologiche di medici, infermieri e operatori sanitari a catapultarci in una realtà di reale crudezza.

Il tutto, per colpa di una entità biologica super microscopica e potente, il Sars-Cov-2, il virus con la corona, che ha di fatto annientato ogni certezza di vita sociale, di libertà individuali e fatto ricordare che alla fine siamo tutti vulnerabili.

Abbiamo imparato, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che il virus non ha confini, non fa distinzioni geografiche, non ha colore politico, infetta senza chiedere il consenso e soprattutto si sposta con il suo “ospite” e a seconda di dove e di come si muove l’ospite si muove anche il virus.

In questo periodo di quarantena forzata, o reclusione, o arresti domiciliari o clausura, come molti lo hanno definito, abbiamo anche imparato a familiarizzare con alcuni concetti e parole e abbiamo riscoperto, finalmente, il valore dei principi codificati nella Carta Costituente nonché il valore della Scienza, tanto spesso vituperate e dimenticate persino da chi quei valori dovrebbe proteggerli e veicolarli.

Abbiamo scoperto o imparato che alcuni diritti costituzionali che formano il patrimonio irretrattabile della persona umana e che appartengono all’uomo, inteso come essere libero, possono essere in qualche modo sospesi, per un tempo limitato, per garantire la piena attuazione di un altro principio costituzionale: la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

In questo contesto è interessante notare come tuttavia, alcuni popoli, in primis quello italico, sopporta e paradossalmente “gradisce”, in una inconscia accettazione del “sopruso”, più la coercizione che la persuasione. L’emanazione, quasi seriale di sempre più restrittivi decreti ministeriali sono in qualche modo la cifra di come il governo si fidi poco, e forse a ragion veduta, dei propri cittadini e usi più la coercizione della raccomandazione e incentivazione.

Lo abbiamo per esempio già visto con la storia dei vaccini, dove molte persone hanno “perso” la percezione sociale del rischio per una mancata vaccinazione, nonostante il fatto che rimanere vittime degli effetti di malattie infettive è drammaticamente reale. Questa attitudine “no-vax” ha di fatto costretto il governo ad “imporre” per legge la vaccinazione con il razionale che “nella comparazione dei contrapposti interessi, risulta manifestamente prevalente la tutela del fondamentale interesse pubblico alla salvaguardia della salute rispetto all’interesse privato”. Oggi forse, e per fortuna, anche i no-vax tacciono di fronte alla possibilità di un vaccino contro il Sars-Cov-2.

Il paradosso è che sono proprio i paesi e i governi democratici a fare uso, più o meno costante, del metodo coercitivo, il più delle volte attraverso la comminazione di una sanzione amministrativa o in alcuni casi attraverso una denuncia penale (come successo con l’emanazione del Dpcm del 25 marzo 2020 per punire chi violava la quarantena senza un giusto motivo).

Sarebbe auspicabile che in un paese democratico i cittadini passassero dalla responsabilità indotta alla responsabilità acquisita.

Abbiamo anche scoperto, in questo periodo di realtà sospesa, quanto sia fondamentale la ricerca scientifica. E’ incredibile quanto la scienza, pur con risorse praticamente ridotte al lumicino, abbia scoperto e validato in questi ultimi 4 mesi in termini di comprensione di questa nuova epidemia da Sars-Cov-2, dei meccanismi patogenetici della malattia Covid-19 e di quali approcci terapeutici è opportuno adottare, in assenza di un vaccino, nelle diverse fasi della malattia. È un dato di fatto che in momenti critici per la salute della popolazione e di fronte a patologie gravi o incurabili, ci si aspetta che la Scienza e la ricerca biomedica in particolare, forniscano soluzioni risolutive, nel minor tempo possibile. Ci si dimentica però troppo spesso che la Scienza ha bisogno di risorse, di persone, di metodologie, di protocolli validati o validabili, di mezzi e di tempi, per agire sempre con efficienza, onestà intellettuale e comportamenti non pregiudizievoli. Molti ancora si indignano e non accettano l’idea che la scienza, senza evidenze, dice NON SO. La scienza per definizione sa di non sapere e segue un suo percorso di metodo e di merito: dubita, indaga, dimostra, pubblica e riparte.

Abbiamo imparato a familiarizzare con termini come R con zero (R0), ovvero il numero di persone suscettibili al contagio che possono essere infettate da una singola persona Covid-19 positiva.

Abbiamo anche visto che se il virus non ha confini geografici, l’attitudine ad essere “comunità” ha una sua geografia sociale; abbiamo visto per esempio la generosità e solidarietà di tanti privati cittadini a fabbricare e distribuire mascherine, quelle mascherine che dai decisori tardavano ad arrivare, piuttosto che mettersi in fila a comprare armi come successo in altri paesi.

Bisogna ovviamente anche evitare che ci sia una disuguaglianza etnica e geografica di esposizione al virus e all’accesso alle cure. Le persone più vulnerabili della nostra società non possono essere punite due volte, prima dalle loro condizioni e poi dalla malattia.

C’è però ancora un certo grado di individualismo che ancora resiste e persiste; e questo è particolarmente pericoloso proprio in questa fase 2, dove si stanno cominciando ad allentare le misure restrittive e a provare a riprendere una vita fuori dalle mura domestiche.

L’avvio di questa fase deriva dall’osservazione di quel parametro che ha condizionato le nostre vite per più di 50 giorni e cioè il famoso R con zero (R0). “In questo momento – come si apprende da fonti del ministero della Salute – è molto probabile che siamo nella fase leggermente sotto il dato 1, un dato straordinario se si pensa che solo poche settimane fa eravamo oltre il 3 e in alcune aree del paese siamo arrivati addirittura a 4”.

L’obiettivo quindi delle misure di contenimento, come ad esempio il distanziamento sociale, è quello di arrivare alla riduzione di R0 ad un valore inferiore a 1. Se R0 fosse ad esempio pari a 0,7, significherebbe che una persona non contagerà più nessuno e l’epidemia sarebbe contenuta.

CONTENUTA, impariamo anche a comprendere le parole. Epidemia contenuta non significa epidemia risolta. Il virus non è scomparso; è sempre lì in agguato.

E per evitare di risvegliare la potenza infettiva del virus dobbiamo abituarci ad “addomesticarlo” con i virtuosi e responsabili comportamenti di ogni singolo cittadino. Lo ha detto con una efficace capacità comunicativa la cancelliera tedesca Merkel: “Nella lotta alla pandemia siamo a un risultato intermedio e fragile ….e non ci devono essere fughe in avanti. Dobbiamo imparare a convivere col virus, almeno finché non ci sarà un vaccino”.

Cosa significa convivere con il virus?

Significa fondamentalmente consapevolezza.

A tal proposito, suggerisco di adottare un altro parametro nella valutazione del rischio e per le varie fasi di ripartenza delle attività sociali e produttive del paese: il valore “R con c”, cioè il fattore di consapevolezza del rischio.

Più sarà alto l’R con c (Rc), più basso sarà l’R con zero (R0).

Molto cioè dipende dalla consapevolezza di tutti i cittadini al rischio verso un nemico che non è stato per niente sconfitto. Questo significa continuare ad utilizzare:

• Distanziamento interpersonale (distanziamento sociale) di almeno un metro e mezzo;
• Utilizzo delle mascherine chirurgiche;
• Accessi contingentati alle stazioni, aeroporti ed in generale su tutti i mezzi pubblici al fine di evitare affollamenti e ogni possibile occasione di contatto;
• Usare guanti “usa e getta” nelle attività di acquisto di alimenti e altri prodotti;
• Lavare spesso le mani ed usare gel igienizzante.

In altre parole, usare buon senso. Del resto per parafrasare quanto diceva Italo Calvino: a volte il meglio che si può ottenere è evitare il peggio.

Il principio di consapevolezza deve ovviamente valere per tutti: cittadini, politici e decisori, soprattutto quando si ha a che fare con problemi complessi. Ed i problemi complessi non si risolvono né con le opinioni, né con un modus operandi senza metodo e senza merito, nè con spregiudicatezza, inadeguatezza e pressapochismo.

Abbiamo visto qual può essere il risultato drammatico nel tagliare servizi essenziali nel comparto sanitario, come posti letto, terapie intensive, personale sanitario.

In questo contesto, non c’è dubbio che accanto all’emergenza sanitaria il paese possa vivere o stia vivendo una emergenza economica e finanziaria, a cui il governo deve trovare da subito una soluzione efficace. Non servono elemosine e forse non servono nemmeno pannicelli caldi. Serve intanto una sburocratizzazione del “sistema Italia”, “l’attuazione cioè delle politiche di semplificazione normativa e amministrativa finalizzate a migliorare la qualità della regolazione e le relazioni tra amministrazioni, cittadini e imprese, ridurre i tempi e gli oneri regolatori, accrescere la competitività e dare certezza ai diritti dei cittadini e alle attività di impresa, anche attraverso un’agenda condivisa tra Stato, Regioni ed Enti Locali”.

Il fattore di consapevolezza dovrebbe poi comportare anche una cospicua dose di azionismo governativo per combattere un altro virus che ha infettato e annientato il sistema economico, sanitario e sociale del paese: l’evasione fiscale (si stima che le imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine di 181,4 miliardi di euro l’anno).

Non è più tempo, in realtà non lo doveva mai essere, di distinguo. Gli evasori fiscali utilizzano e usufruiscono di tutti i servizi, sanitari, scolastici e sociali, che si reggono grazie all’onestà di tanti cittadini che pagano regolarmente le tasse.

E forse il fattore di consapevolezza porterebbe a rendere reale quello da sempre auspicabile: pagare tutti per pagare meno! Anche se le legende sono un’altra peculiarità tutta italiana.

Sarebbe anche interessante verificare se un maggiore “R con c” aiutasse a modificare quei bias cognitivi che ci portiamo dietro dal Pleistocele, quando l’attività predominante dell’uomo era fuggire dai predatori e come tale era sufficiente e necessario prendere decisioni veloci e a breve termine basandosi su dati scarsamente complessi.

Secondo gli interessanti studi di due premi Nobel in economia Amos Twersky e Daniel Kahneman, i pregiudizi cognitivi sono il risultato di una illogica traiettoria dei nostri pensieri che portano ad una distorsione della realtà. Gli individui giungono a prendere le loro decisioni utilizzando un numero limitato di scorciatoie mentali (le così dette euristiche) invece di usare i più sofisticati processi razionali.

L’uomo moderno in partica ha una razionalità limitata e come tale è un po’ allergico alla fatica dello studio ed è limitato nella comprensione della complessità della realtà, la quale proprio perché complessa richiede, per essere capita e vissuta in tutte le sue “rugosità” (per citare Mario Castellana), atteggiamenti non pregiudizievoli, una buona dose di buon senso e soprattutto una rigorosa fatica individuale.

In altre parole, Consapevolezza!

Fonte: www.odysseo.it
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